Storia
Non c’è una data precisa per fissare la nascita di questa trattoria. Sta di fatto che nei primi dell’800, quando per Firenze si girava in “carrozzella”, i cosiddetti “fiaccherai” si ritrovavano spesso, portandosi dietro la gavetta con un po’ di carne cotta in casa,in questa piccola bottega (all’epoca c’erano soltanto le prime 2 stanzine), dove compravano il vino a mescita e una zuppa calda, appena levata dal fuoco.


Negli anni ’50, a Firenze si respirava un’aria di crescita, di promessa di benessere e tutti speravano di avere la possibilità di migliorare il proprio tenore di vita. In questo clima la citta’ era animata da un momento di fervore ed eccitazione: si costruiscono case, si aprono locali notturni, la vita si fa frizzante. Ristoranti “chic” convivono con piccole trattorie che una volta erano semplici mescite.
La leggenda racconta che nei rioni dei fiorentini, famosissimi dissacratori, si affibbiasse un nomignolo a tutti.
L’allora gestore della bottega a cui dava il nome “da Corrado”, aveva un’idea di pulizia così vaga che fu soprannominato ”il Coco Lezzone” (da lezzo, ossia sporco, puzzolente), forse anche perchè si trovava in uno dei vicoli del centro vicino alle rimesse per i cavalli.
Adesso ci sono garages e magazzini dei grandi negozi di lusso della vicina via Tornabuoni, ma una volta lì, come in altri quartieri popolari della città, la vita era scandita dai rumori delle botteghe dei fabbri e dei falegnami, e dal chiasso che le ruote dei calessi dei fiaccherai facevano sul selciato. In questo clima di “vera vita” i sapori avevano il compito di consolare e accompagnare tutti verso la fine della giornata. Erano veri, genuini , fatti di cose semplici e i profumi promettevano la sostanza.
In questa Firenze che cresceva, Gianfranco Paoli, nato nella campagna circostante Fiesole , diventa costruttore e inizia a frequentare il “Coco”: è amore a prima vista. Il luogo gli ricorda profumi e sapori della tavola della madre Emma, dalla quale aveva imparato un amore speciale per la cucina toscana.
L’allora gestore della bottega a cui dava il nome “da Corrado”, aveva un’idea di pulizia così vaga che fu soprannominato ”il Coco Lezzone” (da lezzo, ossia sporco, puzzolente), forse anche perchè si trovava in uno dei vicoli del centro vicino alle rimesse per i cavalli.
Adesso ci sono garages e magazzini dei grandi negozi di lusso della vicina via Tornabuoni, ma una volta lì, come in altri quartieri popolari della città, la vita era scandita dai rumori delle botteghe dei fabbri e dei falegnami, e dal chiasso che le ruote dei calessi dei fiaccherai facevano sul selciato. In questo clima di “vera vita” i sapori avevano il compito di consolare e accompagnare tutti verso la fine della giornata. Erano veri, genuini , fatti di cose semplici e i profumi promettevano la sostanza.
In questa Firenze che cresceva, Gianfranco Paoli, nato nella campagna circostante Fiesole , diventa costruttore e inizia a frequentare il “Coco”: è amore a prima vista. Il luogo gli ricorda profumi e sapori della tavola della madre Emma, dalla quale aveva imparato un amore speciale per la cucina toscana.
Nel 1971 non si fa scappare l’occasione e acquista , insieme ai fratelli Giuliano e Giampiero, la bottega.
Nel giro di pochi anni Franco la trasforma in un vero tempio della cucina, dove su panche di legno e tavoloni comuni, si incontrano gente qualunque e aristocratici della città, grandi industriali e uomini politici, cantanti famosi e attori conosciuti in tutto il mondo.
In cucina Franco è un genio che sa trasformare il semplice in sublime, l’essenziale in un tocco da maestro. Ma egli in realtà ha solo tre segreti, che non sono poi nemmeno troppo segreti: ha una cucina economica ultracentenaria a legna che lavora come nessun’ altra moderna riesce a fare; sceglie con amore ma soprattutto con cognizione le materie prime; ha rispetto assoluto e una totale attenzione per la cucina della sua terra.
Dopo la sua scomparsa, avvenuta nell’autunno del 2002, il figlio Gianluca, che già da tempo lo affiancava, eredita la tradizione che porta avanti con lo stesso amore, la stessa conoscenza, e nel totale rispetto di ciò che il padre gli ha insegnato.
Dopo la sua scomparsa, avvenuta nell’autunno del 2002, il figlio Gianluca, che già da tempo lo affiancava, eredita la tradizione che porta avanti con lo stesso amore, la stessa conoscenza, e nel totale rispetto di ciò che il padre gli ha insegnato. 